
Per uscire dalle secche bisognerebbe essere duri a morire. Lo so, non è facile prendersela con chi per anni, più che nelle secche, ci ha traghettato in atmosfere che altri sognavano guardandoci dal basso. Adesso siamo sotto di loro, in attesa di capire che ci è successo. E' un'annata così, non ci dice benissimo e lo si è capito per l'ennesima volta ieri sera al Meazza (traversa di Pazzini e 2-1 di Marchisio a stretto giro di posta). La malasorte fa il suo, in percentuale da considerare ma meno di quanto non vorremmo. Purtroppo nel calcio la riconoscenza è un sentimento nobile, ma in grado di scardinare le certezze di una squadra nel giro di pochi mesi. Proprio perché fino a poco tempo fa i "senatori" erano la colonna vertebrale, con il processo di invecchiamento subito da essi si sta sgretolando anche la ferrea struttura dei quasi ex campioni del mondo. Lo siamo ancora, lì in cima, almeno fino a dicembre. Non riusciamo a dimostrarlo, perché un anno nel calcio è tantissimo e perché Abu Dhabi e Roma (intesa come luogo della finale di Coppa Italia) sono stati gli ultimi sussulti di un gruppo che non riesce più a tenere certi ritmi. Il banco degli imputati è così pieno che bisognerebbe allargare la pedana e ci si piazzano in bella mostra gli artefici delle recenti fortune, ad ogni livello. Dal presidente a Marco Branca, da Zanetti a Cambiasso, da Lucio a Milito. Dovrei citare anche i più scarsi e non solo i più bravi (Chivu tra i "vecchi", i tanti giovani tra i "nuovi") ma ho sempre pensato che onori e oneri maggiori dovessero ricadere su chi è veramente capace e non, come qualcuno ha creduto di fare nel post-partita di Inter-Juventus, su un ragazzo di 19 anni erroneamente gettato nella mischia. Su quel banco dovrei metterci i tanti allenatori che si sono succeduti dopo Mourinho, escludendo Leonardo e per insufficienza di prove Ranieri, sebbene le ultime due partite abbiano palesato nel tecnico romano la stessa mancanza di coraggio che ne ha caratterizzato la lunga carriera (escluso l'episodio legato a Totti e De Rossi nel famoso derby di Roma, ma in quel periodo i giallorossi erano in trance agonostica, allenatore compreso). I capi d'imputazione sono quelli di cui da settimane si sta disquisendo: mercato al risparmio in nome di un Fair Play Finanziario di cui molti club europei si stanno facendo beffe, giovani promesse inserite in una squadra che non può sostenerli (una volta all'Inter riuscivamo a far giocare bene Pelé...), scelte sugli allenatori che si sono rivelate suicide. Per i giocatori citati parlano invece le prestazioni, lontane anni luce dagli standard a cui eravamo abituati. Le caratteristiche, ahinoi, sono quelle. Se Zanetti e Cambiasso formano il centrocampo non possiamo sperare che la palla corra più velocemente, in compenso abbiamo una diga davanti alla difesa e fiato da spendere fino al 90'. Avevamo, pardon, perché il duo argentino si è dissolto in questi mesi, al cospetto di dirimpettati che viaggiano a passo triplo. Discorso analogo per Stankovic, meno per Motta la cui colpa è quella di accusare un infortunio ogni soffio di vento e per Sneijder che pare avere cartucce da sparare in un deserto collettivo di idee. Per Milito bisognerebbe contattare "Chi l'ha visto?", su Samuel sapevamo che ad una certa età recuperare da un infortunio grave non sarebbe stato uno scherzo. Si salva Maicon, ma anche lui è al secondo stop stagionale di una certa importanza. Succede, quando la squadra è tutta impostata su trentenni e oltre. Una volta era questo il tempo della massima maturità, ma si giocavano metà delle partite e l'invecchiamento avveniva più tardi. Conta il logorio più che la carta d'identità e quanto può essere calcisticamente giovane un corpo che ha sostenuto annate come quella del "triplete" o la rimonta dello scorso anno? Poco, se non si pongono rimedi con gambe fresche. Altro che vendere Mariga (e qui qualcuno riderà). Servono uomini fatti e compiuti, illuminazioni di mercato alla Maicon o parametri zero alla Julio Cesar. Idee. Non allori sui quali poggiarsi. La riconoscenza porta solo otto punti in nove partite.
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