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domenica 30 ottobre 2011

Che annata è questa


Per uscire dalle secche bisognerebbe essere duri a morire. Lo so, non è facile prendersela con chi per anni, più che nelle secche, ci ha traghettato in atmosfere che altri sognavano guardandoci dal basso. Adesso siamo sotto di loro, in attesa di capire che ci è successo. E' un'annata così, non ci dice benissimo e lo si è capito per l'ennesima volta ieri sera al Meazza (traversa di Pazzini e 2-1 di Marchisio a stretto giro di posta). La malasorte fa il suo, in percentuale da considerare ma meno di quanto non vorremmo. Purtroppo nel calcio la riconoscenza è un sentimento nobile, ma in grado di scardinare le certezze di una squadra nel giro di pochi mesi. Proprio perché fino a poco tempo fa i "senatori" erano la colonna vertebrale, con il processo di invecchiamento subito da essi si sta sgretolando anche la ferrea struttura dei quasi ex campioni del mondo. Lo siamo ancora, lì in cima, almeno fino a dicembre. Non riusciamo a dimostrarlo, perché un anno nel calcio è tantissimo e perché Abu Dhabi e Roma (intesa come luogo della finale di Coppa Italia) sono stati gli ultimi sussulti di un gruppo che non riesce più a tenere certi ritmi. Il banco degli imputati è così pieno che bisognerebbe allargare la pedana e ci si piazzano in bella mostra gli artefici delle recenti fortune, ad ogni livello. Dal presidente a Marco Branca, da Zanetti a Cambiasso, da Lucio a Milito. Dovrei citare anche i più scarsi e non solo i più bravi (Chivu tra i "vecchi", i tanti giovani tra i "nuovi") ma ho sempre pensato che onori e oneri maggiori dovessero ricadere su chi è veramente capace e non, come qualcuno ha creduto di fare nel post-partita di Inter-Juventus, su un ragazzo di 19 anni erroneamente gettato nella mischia. Su quel banco dovrei metterci i tanti allenatori che si sono succeduti dopo Mourinho, escludendo Leonardo e per insufficienza di prove Ranieri, sebbene le ultime due partite abbiano palesato nel tecnico romano la stessa mancanza di coraggio che ne ha caratterizzato la lunga carriera (escluso l'episodio legato a Totti e De Rossi nel famoso derby di Roma, ma in quel periodo i giallorossi erano in trance agonostica, allenatore compreso). I capi d'imputazione sono quelli di cui da settimane si sta disquisendo: mercato al risparmio in nome di un Fair Play Finanziario di cui molti club europei si stanno facendo beffe, giovani promesse inserite in una squadra che non può sostenerli (una volta all'Inter riuscivamo a far giocare bene Pelé...), scelte sugli allenatori che si sono rivelate suicide. Per i giocatori citati parlano invece le prestazioni, lontane anni luce dagli standard a cui eravamo abituati. Le caratteristiche, ahinoi, sono quelle. Se Zanetti e Cambiasso formano il centrocampo non possiamo sperare che la palla corra più velocemente, in compenso abbiamo una diga davanti alla difesa e fiato da spendere fino al 90'. Avevamo, pardon, perché il duo argentino si è dissolto in questi mesi, al cospetto di dirimpettati che viaggiano a passo triplo. Discorso analogo per Stankovic, meno per Motta la cui colpa è quella di accusare un infortunio ogni soffio di vento e per Sneijder che pare avere cartucce da sparare in un deserto collettivo di idee. Per Milito bisognerebbe contattare "Chi l'ha visto?", su Samuel sapevamo che ad una certa età recuperare da un infortunio grave non sarebbe stato uno scherzo. Si salva Maicon, ma anche lui è al secondo stop stagionale di una certa importanza. Succede, quando la squadra è tutta impostata su trentenni e oltre. Una volta era questo il tempo della massima maturità, ma si giocavano metà delle partite e l'invecchiamento avveniva più tardi. Conta il logorio più che la carta d'identità e quanto può essere calcisticamente giovane un corpo che ha sostenuto annate come quella del "triplete" o la rimonta dello scorso anno? Poco, se non si pongono rimedi con gambe fresche. Altro che vendere Mariga (e qui qualcuno riderà). Servono uomini fatti e compiuti, illuminazioni di mercato alla Maicon o parametri zero alla Julio Cesar. Idee. Non allori sui quali poggiarsi. La riconoscenza porta solo otto punti in nove partite.

martedì 13 settembre 2011

Pare, si dice...

Pare, si dice, che Gasperini cambierà. Deve farlo, più che vuole, perché altrimenti oltre al panettone non vedrà la zucca di Halloween, o i primi freddi. Il monito presidenziale, che non è partito da Napolitano ma dal più temibile Moratti, è arrivato forte e chiaro dopo un giorno nel quale il comandante in capo si è tenuto ben lontano dalle telecamere, al fine di evitare pericolosi strali. Ha preferito studiare la linea, per esporre il concetto in modo chiaro ma morbido, non così pesante da travolgere il tecnico. "L'allenatore è intelligente", dice Zanetti, abbastanza da capire che non si va lontano se non si cambia. Forse al Genoa ci si poteva permettere di perdere una volta ogni quattro-cinque partite, ma l'Inter è un mondo diverso e l'aspetto positivo è che Gasperini è stato il primo ad ammetterlo. Quello negativo è che di cambiamento si tratterà, presumibilmente, ma Sneijder avrà comunque le sue gatte da pelare nel passaggio al 4-3-3. La difesa a quattro quella passi, ma il trequartista proprio no, nel pensiero calcistico del tecnico non ci sta. "Ognuno ha il suo credo" (ancora Zanetti), ma quando Mourinho cambiò per tornare al rombo i problemi erano ben minori rispetto all'attuale situazione. Eravamo comunque primi, favoriti, lanciati verso memorabili trionfi distesi su una durata biennale. La prospettiva è meno rosea, perché nel passaggio al nuovo volto servirebbero uno o due centrocampisti in più, quelli che si volevano acquistare in giugno quando l'allenatore era lo stesso dell'anno scorso. E' arrivato Poli, che non è in lista Champions'. Forse le idee in estate non erano così chiare.

domenica 4 settembre 2011

Voce del verbo incasinare


Ho sempre avuto una certa simpatia per i paesi nordici, anche se non ci sono mai stato. Per l'idea che hanno della difesa dei diritti, perché sudando tanto non soffrirei il caldo come accade qui e anche per la folta presenza di spilungone dalla lunga chioma bionda. Pensare che a rovinarmi l'idea costruita in questi anni dovesse arrivare lo Stonsgodset non era nelle previsioni e in fondo non potevo certo chiedere che eliminassero l'Atletico dall'Europa League, così da consentire a Forlan di essere disponibile per la Champions'. Troppo scarsi loro, troppo "leggeri" nel valutare la situazione quelli che dovevano vigilare sulla non eleggibilità del giocatore. In queste ore si stanno sprecando commenti quali "Così imparano a fare i presuntuosi quando provi ad intervistarli", "la squadra poco mediatica e molto concreta dov'è?" e altre osservazioni sotto la soglia del pubblicabile. Prendiamola nel suo lato positivo: siamo costretti a passare il turno, altrimenti niente Europa che conta per Forlan.

Non è cosa da poco non avere "el uruguayo" in Coppa, per l'esperienza internazionale e perché la sua assenza costringerà Gasperini a cambiare il quadro tattico. Magari il tecnico si convincerà che con Sneijder a disposizione la formula con trequartista e due punte è la migliore e così non ci sarà da cambiare faccia ogni volta passando dall'Italia all'Europa. Sarebbe invece salutare una modifica dei criteri di lavoro a livello di mercato. Che non ci sia un euro lo si intuisce dalle parole dettate da Sneijder alla Gazzetta dello Sport: se non fosse partito Eto'o ci saremmo ritrovati senza l'olandese e viceversa. Il cambio di allenatore ha fatto sì che la società intervenisse non dove aveva programmato ad inizio estate (a centrocampo l'unico rinforzo è stato Poli, escluso dalla lista Champions) ma dove ha voluto Gasp. Anche per questo, Moratti dixit, adesso è tutto nelle sue mani. Visto il caso Forlan, forse è un bene che non sia in quelle di altri.

domenica 28 agosto 2011

Tra Eto'o e gli ET


Senza Samuel Eto'o sarebbe stato ingiusto cominciare. L'hanno rimandato, il primo turno di campionato, quello che per l'Inter doveva sancire il distacco in gare ufficiali dal più forte giocatore dello scorso anno, uno che a 30 anni ha fatto 37 gol ed è riuscito a strappare un contratto da oltre 20 milioni di euro l'anno. Almeno fino a qualche tempo fa, quando ti presentavano offerte del genere, andavi a finire al Real Madrid o nel peggiore dei casi al Chelsea, adesso invece ti mandano in Daghestan con gente che ancora non ha scoperto l'avvento del cuoio (a parte Zhirkov, altro signore che niente ha a che fare con il livello del campionato russo). Per addolcire la partenza del camerunese, i cui effetti si sono visti nelle amichevoli con Olympiakos e Chievo Verona, Assocalciatori e Lega Calcio hanno deciso che non era il caso di farci vedere la Serie A. Troppo il divario con quelli che a pallone giocano davvero, basta pensare alla Supercoppa di Spagna per capire di chi si sta scrivendo, far west conclusivo a parte.

A tal proposito ci sono sondaggi che fanno capire perché da vent'anni esiste il berlusconismo e da quaranta la Repubblica delle banane (pardon, italiana). La massa si sta esprimendo attaccando i calciatori, extraterrestri con la presunzione assurda di volere dei diritti e di non voler pagare le tasse. Ovviamente l'Aic non ha mai preteso di non pagare i contributi e il primo a parlare apertamente della tassa di solidarietà nel mondo del calcio è stato Adriano Galliani, prima ancora che Tommasi si esprimesse sul tema. Chiunque abbia avuto la possibilità di studiare la questione capisce da solo che, in linea di principio, i giocatori hanno ragione da vendere, sebbene abbiano deciso di protestare nella maniera più evidente e discutibile. Lo sciopero, che tale non è perché è semplicemente un rinvio, è una misura che copre di ridicolo il nostro calcio, ma che è stato forzato dai club con delle pretese assurde, come l'inserimento in un contratto collettivo di una norma riguardante una legge che ancora non si sa come sarà e una richiesta di cambiamento dell'articolo 7 che in passato ha permesso ai Lotito di turno di emarginare per sei mesi un dipendente che non voleva firmare il rinnovo contrattuale alle condizioni imposte dalla società.

Tutto ciò a discapito dei tifosi, quelli nerazzurri in primis. La squadra non è pronta, ma in casa con il Lecce avrebbe potuto comunque far risultato o quantomeno avrebbe avuto più possibilità rispetto a Juventus e Milan, decimate dagli infortuni e attese da insidiose trasferte. L'Inter è un malato che non vuole curarsi, avesse voluto farlo non avrebbe abbassato il budget per sorridere a Platini. Chi pensa che il Fair Play Finanziario possa davvero portare club come il Real Madrid o il Manchester City all'esclusione dalle Coppe europee alzi la mano, così da poterlo sottoporre al pubblico ludibrio. Eppure c'era chi stava peggio, in questa prima di campionato. Per tornare a navigare a metà classifica avremmo avuto tutto il resto della stagione.

venerdì 29 luglio 2011

La calata dell'Anzhi-cheneccho


Più che un blitz di mercato sembra un'invasione. Tremate tremate, i russi son tornati, e dopo aver fallito l'assalto a Gattuso si sono lanciati alla rincorsa di Eto'o. Offrono tanto ad uno che già non ha poco, perché venti milioni l'anno sono un'enormità, ma con i dieci attuali non si vive certo da senzatetto. La tattica ha funzionato con Roberto Carlos, giunto agli sgoccioli di una gloriosa carriera, e una banconota sull'altra i motivi del magnate Kerimov hanno convinto Jucilei (a segno poche settimane fa in Coppa America con la maglia del Brasile) e Diego Tardelli. Non due "craque", ma due che non andrebbero a villeggiare nella poco ridente Makhachkala se non fosse per lo stipendio. Lor signori, bravini, non sono però Samuel Eto'o, uno che già nell'oro ci naviga, che guadagna già come un bianco correndo come un nero. Samuel non è Zio Paperone, più dei denari che pur gli interessano può la smania di continuare a vincere. E' questo che lo rende diverso anche da Carlos Tevez, un fenomeno certo, ma che negli ultimi anni ha cambiato più maglie che auto, alla ricerca di una stabilità che proprio non vuole arrivare. Quando vinceva allo United erano altri a scendere in campo, quando ha segnato al City sono stati altri a vincere. L'Apache vorrebbe unire le due cose, per farlo gli farebbe comodo un Eto'o. Al suo fianco, non per fare il percorso inverso. Ma questo a Palazzo Saras già lo sanno.

domenica 17 luglio 2011

Migliorie in progress


Non sarà stato il Brasile del '70, al di là dell'accostamento cromatico gialloverde delle casacche, ma il Mezzocorona era già un test di un gradino superiore rispetto al Trentino Team. Più dell'innalzamento dell'asticella hanno potuto i tre giorni di lavoro tra la prima e la seconda amichevole e qualche aggiustamento tattico che ha giovato alla squadra. Sneijder in mezzo al campo, senza uomini alle calcagna e con la possibilità di giocare a testa alta, ha fatto quel che ha voluto sia con il pallone rasoterra che lanciando i compagni. Bene Santon, bene Obi in un ruolo tutto nuovo, agile e scattante quel Pandev che tutti danno per partente obbligato. E poi i vari Eto'o, Ranocchia, Stankovic, un Alvarez che dopo mezz'ora di ambientamento ha mostrato altri spunti incoraggianti (e due gol, pregevole il secondo). L'Inter ha una sua identità, molto "gasperiniana", con gli esterni che corrono forsennati e i due difensori più larghi in retroguardia che arrivano anch'essi sul fondo. Bisognerà lavorarci, sulla versione "champagne", di modo che le bollicine non vadano di traverso in difesa, ma la base è confortante. Anche guardando ai giovincelli del secondo tempo.

venerdì 15 luglio 2011

Wesley c'è, l'Inter anche

La fotografia dell'importanza di Sneijder sta tutta nel primo gol del test contro il Trentino Team. L'olandese si gira, si volta, danza, alza la testa e mette Santon nelle condizioni di crossare ad un passo dalla linea di fondo. Il "bambino" fa il suo dovere e Pazzini esegue, tutto parte sempre dal folletto col 10 sulle spalle. E' così per poco meno di 45', fino a quando un pestone non spedisce Wesley negli spogliatoi e Ricardo Alvarez in campo. L'argentino impiega dieci secondi per trovare la porta e utilizza in pieno il secondo tempo per guadagnarsi i primi applausi, quelli che i campioni già acclarati strappano ad intermittenza perché meno "affamati" rispetto ai giovincelli che gli succedono. Dovrà imparare a giocare con due piedi invece che uno e magari a cercare un po' più spesso il compagno, ma l'esordio va già bene così, per uno che non aveva mai messo piede in Europa.

Sono i due volti della prima Inter stagionale, opposta ad una determinata (anche troppo) schiera di rappresentanti regionali. Si prova il 3-4-3, che sa poco di tridente dato che Sneijder è sempre dietro le punte, si fa assaggiare il campo alla nidiata del vivaio aggregata alla squadra principale e si intuisce quel che potrà essere l'idea base del nuovo corso. Tanto possesso, corsa sulle fasce, movimento continuo tra le linee. Un progetto ambizioso, a prova di Inter, in cui impressionano quanto a sfortuna i vari Obi, Santon e Ranocchia, fuori nell'arco di una mezz'ora per guai assortiti e fortunatamente non gravi. Alla fine regalano un gol a testa i due attaccanti titolari, Eto'o e Pazzini, con Castaignos e Pandev che si accodano alla comitiva. L'olandese ne sbaglia due e ne infila uno, colpisce una traversa e detta il passaggio con protervia. Gli servirà un minimo di brillantezza, con la stazza che si ritrova.

Purtroppo per Castellazzi, un'altra partita passa senza la porta inviolata (trend negativo che si era palesato nella scorsa stagione), conseguenza di un nuovo schieramento a tre in retroguardia sul quale bisognerà lavorare parecchio. E in poco tempo.