Ultime Notizie

giovedì 24 giugno 2010

D'Italia, di Lippi e di altre sciocchezze

Per fortuna di Marcello Lippi, gli eroi esistono in doppia natura. C'è chi merita la nomea e chi fa è semplicemente nato con la camicia. L'uscente ct fa parte della seconda schiera e potrà dunque vantarsi di aver conquistato un titolo mondiale nell'ambito di una spedizione partita con i peggiori auspici (Do you remember Calciopoli?), grazie a diversi e fortunati fattori che si sono verificati nello stesso mese: sorteggio estremamente benevolo (prima della Germania non un incontro con lo sfavore del pronostico), giocatori nel pacchetto arretrato all'apice della forma e una Francia un po' troppo convinta di poterci massacrare a piacimento, come poi è effettivamente accaduto dall'inizio del secondo tempo in avanti.

La sorte, però, due Mondiali di fila non te li fa vincere e tutto sommato nel 2006 le convocazioni erano dettate dal buon senso. Non che nel 2010 non lo siano state, solo che stavolta Lippi ha privilegiato un po' troppo il concetto di gruppo a scapito del talento puro, intestardendosi nell'escludere un giocatore che certe fesserie le ha accantonate tempo fa (Cassano), a prescindere da quel che si può pensare di Balotelli e della sua stagione appena conclusa. Che la qualità non fosse un paletto imprescindibile per il ct lo si intuisce dalla presenza costante di Pepe (non ce ne voglia, è un bravo ragazzo ma l'ala vecchio stampo ha caratteristiche agli antipodi) nelle tre formazioni titolari con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia.

Piccola postilla sull'abbraccio serale tra Samuel Eto'o e Wesley Sneijder. Da oggi un po' di Camerun tifa per l'Olanda. E anche un pizzico d'Italia.

martedì 22 giugno 2010

L'intervista all'interista

Vi lascio il video di un servizio realizzato ad opera della collega Erica Sirgiovanni, relativo al libro appena pubblicato.

Grazie a lei e anche un po' a voi che ne usufruirete...

Buon mesiversario, miei co-campioni...

Esattamente un mese fa, a quest'ora, ero appena arrivato a Madrid. Dal mercoledì precedente avevo in dotazione una camera all'Hostal Ds, nella ridente cittadina di Velilla de San Antonio, pochi chilometri dalla capitale. Nel carnet della trasferta spagnola c'erano già ricordi legati ai giorni precedenti, come la conferenza stampa al Santiago Bernabeu o gli svariati chilometri di cammino per recuperare il giubbino dimenticato in un pub. Nel giorno della finale, invece, allo stadio ci sono arrivato "scroccando" un passaggio al sindaco di Velilla, impresa del quale è stato partecipe anche un collega.

Ricordo le strade già bastantemente ricoperte di nerazzurro e biancorosso, pacificamente mischiati tra loro fino all'arrivo della Guardia Civil. Peccato, perché vedere italiani e tedeschi che cantano "Lothar Matthaus, la la la la" dovrebbe essere possibile anche dopo le cinque del pomeriggio e non solo fino all'approssimarsi della partita. Parentesi a parte, le due fan zone si sono poi riempite al punto da far soffocare la zona antistante lo stadio. In mezzo ai fiumi di birra, inalati a mo' di imbuto da entrambe le tifoserie, un viavai di giornalisti in cerca di un po' di "colore" e una soffiata da parte di un cronista portoghese ("Mourinho ha già firmato un quadriennale da dieci milioni a stagione"), poi rivelatasi vera.

Quindi l'ingresso, preceduto dall'incontro con un paio di amici reduci dalla calca di via Massaua. Tensione, tanta. Sguardi di poche parole con i colleghi di uguale fede. Cori. La fortissima sensazione che i tedeschi vinceranno a mani basse la gara dei decibel (anche questa impressione troverà conferma, ma solo fino al primo gol di Milito). Mi viene da pensare che se tremano le gambe a me, che sono in tribuna, per essere sul terreno di gioco servono attributi dalla forma cubica.

Per fortuna c'è un argentino che ne ha da vendere, magari anche troppe viste le dichiarazioni post-partita. C'è un altro figlio della Celeste in lacrime, a fine partita, ce n'è anche uno con la maglia di Facchetti e un lieve problema tricologico.
E poi ci sono io, quasi in lacrime, che per una decisione folle dell'organizzazione non riesco a vedere il capitano che alza la Coppa, se non dagli schermi della tribuna stampa.

Alle due, con le interviste ultimate e la conferma della fuga decisa dal comandante in capo, posso finalmente festeggiare anch'io, assieme all'unica amica nerazzurra che non ha già preso un charter o una macchina per tornare alla vita di sempre. Per una notte la realtà ci ha lasciato da soli. Quanto è stato bello sognare ad occhi aperti.

sabato 19 giugno 2010

Salvate il soldato Maicon

E vabbè ragazzi, rassegniamoci: qualcuno dovrà partire. Non saranno solo "partenze intelligenti" (ciao ciao Trivela), sfortunatamente il bilancio necessita di uscite corpose, da fazzoletto bianco sventolato mentre il treno fugge, con a bordo un Maicon, un Milito o un Eto'o.

Aggiungere gli ultimi due nomi è semplicemente una formalità. Tanto per non dare per scontato ciò che purtroppo è molto vicino ad esserlo, vedi la partenza dell'esterno brasiliano. Le ragioni del mercato (è quello per cui c'è l'offerta più "vera", dato che per i due attaccanti non sono giunte richieste tangibili) dovrebbero avere la meglio, magari sul lungo termine. Il neo dirigente di stanza ad Appiano, Amedeo Carboni, ha sottolineato la bontà della trattativa, data dalla soglia trentennale raggiunta dal giocatore e dal forte introito economico.
Ci sarebbero anche delle questioni tecniche ed è da queste che parto per dichiararmi contrario all'operazione. Lo sguardo va gettato oltre il mero ritorno finanziario, cercando di vagliare ogni possibilità. Chi prenderà in mano un'eredità tanto pesante? Aguirregaray? Non scherziamo. Caceres? Ottimo elemento, ma non scherziamo di nuovo. Dani Alves? Come direbbero negli Usa, "don't believe the hipe", perché da Barcellona non si muove. La verità è che, sic stantibus rebus, un sostituto all'altezza non c'è.

Che fare allora? Una soluzione ci sarebbe, per quanto non meno dolorosa. Se davvero il nocciolo della questione è da ricondurre ai sostituti, per Eto'o e Milito il discorso è ben diverso da quello riguardante Maicon. Dovesse andar via uno dei due, l'altro ne prenderebbe il posto, riportando il camerunese al centro dell'attacco oppure sostituendo l'attaccante africano con Balotelli, nel caso in cui dovesse toccare a lui lasciare Milano. Da questo punto in poi, gli interrogativi aumentano. Chi è in grado di accollarsi dieci milioni di euro annui per Eto'o? Non tantissime squadre. Al contrario più di qualcuno, soprattutto a Madrid, ne spenderebbe cinque a stagione per Milito.

Sì, lo sto dicendo per davvero. Io, tra i nomi in ballo, venderei il "Principe". Gli voglio bene, ma è la soluzione che mi sembra più logica.

giovedì 17 giugno 2010

Bienvenido Rafa!



Un lustro è finito. Il lustro dell'Inter, in Italia ed ora anche in Europa, concluso con una tripla affermazione consegnata alla storia del calcio. Nel nostro Belpaese nessuno era riuscito ad alzare tre trofei in meno di un mese, destino vuole che a farlo sia stato Javier Zanetti, argentino coriaceo, capitano e fulgido esempio di attaccamento alla maglia. Uno degli ultimi, in questa sempre più ristretta élite di fedelissimi alla bandiera. Zanetti è l'erede naturale di Giacinto Facchetti, l'Inter da lui guidata è la traslazione più autentica della Grande Inter, quella marcata anni '60, nella quale il "Cipe" non era ancora l'uomo con la fascia al braccio, sebbene fosse già un simbolo. A celebrare quei successi da comandante in capo fu Armando Picchi, con la benedizione di Angelo Moratti e di Helenio Herrera, l'uomo che da difensore di fascia lo aveva trasformato nel più straordinario libero della storia nerazzurra.

La parentesi si è chiusa e a suggellare l'avvenuta fine ci ha pensato Josè Mourinho, lo "Special One" volato ad ovest per inseguire le sirene madrilene. Indirettamente, la capitale iberica ci ha restituito quanto prelevato, inviando un tecnico nativo della stessa Madrid come successore del portoghese. Rafa Benitez, il meno spagnolo dei tecnici, tanta concretezza e pochi fronzoli, un uomo dai modi garbati e dall'ironia più silenziosa rispetto al predecessore. Meno polemico, al punto da prospettare nella conferenza di presentazione un biennio con pochi "tituli" giornalistici. Quelli importanti, di "tituli" appunto, sarà meglio preservarli per la bacheca.