Di "coppa", all'Inter, è rimasta quella in stile partenopeo del nuovo allenatore. Quella pancetta in vista, da personaggio pacioso e un po' fuori dall'iconografia dello sportivo modello. D'altronde Rafa Benitez il calcio deve insegnarlo, non praticarlo, anche se in questo mese e mezzo di lavoro ad Appiano Gentile di frutti non se ne sono visti molti. Calma, predica il saggio, che di tempo ce n'è bisogno per plasmare la propria creatura e non c'è peggiore eredità da raccogliere di quella che ha preso in mano lo spagnolo. E allora prendetele così, le considerazioni che andrete a leggere, come pensieri da circoscrivere alle due serate in cui i nerazzurri si sono giocati qualcosa. Diversi gli esiti, analoghe le sensazioni. Non illuda la vittoria contro la Roma, suicidatasi sportivamente dopo aver trovato un giusto vantaggio. Anche al Meazza, per un'ora, di gioco se n'era visto pochino e di gambe che non giravano se n'erano ammirate parecchie, anche tra i giocatori. A Monaco, invece, la fame e la condizione superiore degli avversari di turno hanno portato ad una sconfitta dolorosa (lo è sempre con un trofeo in palio) e netta oltre il 2-0 finale. Semplicemente, allo stato attuale, la squadra non può permettersi di giocare con la difesa alta e sulla carta non è adatta per farlo nemmeno al top della condizione generale. Lucio e Samuel sono centrali che vivono sull'anticipo, non sul recupero. Cambiasso e Zanetti non sono maestri del fraseggio, quali Xavi e Iniesta, bensì attori principali di un calcio tutto grinta e intelligenza tattica, improntato a sfiancare l'avversario attendendo un suo minimo errore. E allora perché, con queste basi analitiche, l'Inter deve farsi infinocchiare con le armi che più le sono congeniali, l'attesa e il contropiede? Perché questo ha cercato di modificare Benitez e per una rivoluzione del genere ci vuole tempo. Sempre che la squadra si senta realmente in grado di mutare completamente volto e non ci sono certezze granitiche attorno a questa possibilità.
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sabato 28 agosto 2010
Una Coppa poco Super...
Di "coppa", all'Inter, è rimasta quella in stile partenopeo del nuovo allenatore. Quella pancetta in vista, da personaggio pacioso e un po' fuori dall'iconografia dello sportivo modello. D'altronde Rafa Benitez il calcio deve insegnarlo, non praticarlo, anche se in questo mese e mezzo di lavoro ad Appiano Gentile di frutti non se ne sono visti molti. Calma, predica il saggio, che di tempo ce n'è bisogno per plasmare la propria creatura e non c'è peggiore eredità da raccogliere di quella che ha preso in mano lo spagnolo. E allora prendetele così, le considerazioni che andrete a leggere, come pensieri da circoscrivere alle due serate in cui i nerazzurri si sono giocati qualcosa. Diversi gli esiti, analoghe le sensazioni. Non illuda la vittoria contro la Roma, suicidatasi sportivamente dopo aver trovato un giusto vantaggio. Anche al Meazza, per un'ora, di gioco se n'era visto pochino e di gambe che non giravano se n'erano ammirate parecchie, anche tra i giocatori. A Monaco, invece, la fame e la condizione superiore degli avversari di turno hanno portato ad una sconfitta dolorosa (lo è sempre con un trofeo in palio) e netta oltre il 2-0 finale. Semplicemente, allo stato attuale, la squadra non può permettersi di giocare con la difesa alta e sulla carta non è adatta per farlo nemmeno al top della condizione generale. Lucio e Samuel sono centrali che vivono sull'anticipo, non sul recupero. Cambiasso e Zanetti non sono maestri del fraseggio, quali Xavi e Iniesta, bensì attori principali di un calcio tutto grinta e intelligenza tattica, improntato a sfiancare l'avversario attendendo un suo minimo errore. E allora perché, con queste basi analitiche, l'Inter deve farsi infinocchiare con le armi che più le sono congeniali, l'attesa e il contropiede? Perché questo ha cercato di modificare Benitez e per una rivoluzione del genere ci vuole tempo. Sempre che la squadra si senta realmente in grado di mutare completamente volto e non ci sono certezze granitiche attorno a questa possibilità.
martedì 10 agosto 2010
Le stelle che non cadono
Lui, il brasiliano burlone, quello che già in amichevole brilla al di sopra di tutte le altre stelle, rimarrà a Milano per fregiarsi del titolo di campione d'Europa. Se il nostro presidente ha una parola sola, nemmeno trenta milioni lo priveranno dall'abbraccio dei suoi attuali tifosi. E' il miglior acquisto che si potesse realizzare.
mercoledì 4 agosto 2010
Pana per i nostri denti
Forse le insidie sono andate oltre le previsioni, nell'italianissima Toronto, terra popolata da un folto numero di connazionali e dai due fenomeni del basket Belinelli e Bargnani. Il primo segnale lo ha colto Mario Balotelli, appiedato negli States dopo aver lasciato il passaporto nel bagaglio della stiva. Poco male, per lui sono le ultime ore in nerazzurro e si è pure perso la prima sconfitta stagionale. Avrebbe potuto poco, inoltre, visto che le lacune maggiori sono state evidenziate in difesa e non in attacco, dove l'Inter i suoi due gol li ha pure realizzati. Ne ha però subito uno in più, causa un avvio un po' troppo sonnolento nella zona centrale della retroguardia. Grave soprattutto la mancanza sulla prima marcatura, dato che il centravanti francese ha potuto ribattere a rete senza problemi in seguito ad un miracolo di Orlandoni. Molto meno "metafisico" si è mostrato il buon Paolo sulla seconda conclusione dell'avversario, potente ma centrale, dopo che Cambiasso aveva regalato uno dei dieci-quindici palloni sbagliati della sua stagione, molti dei quali solitamente ascrivibili al precampionato. Del Cuchu, i tifosi hanno potuto apprezzare la nuova veste, più offensiva per volere di Benitez. Le due conclusioni a rete dell'argentino non hanno avuto fortuna, ma è piaciuta l'intesa con Eto'o nell'uno-due e almeno per ora il centrocampista non sembra aver perso il tempo dell'inserimento, lasciato spesso da parte in epoca mourinhiana per dedicarsi ai compiti difensivi. Bene Mariga e Obiorah, che assieme a Motta e Stankovic ruoteranno in mediana alle spalle dei giocatori più offensivi. Meno l'acquisizione generale dei movimenti nel nuovo modulo, il 4-4-2 che il tecnico ha voluto provare contro i greci. La girandola di cambi e lo schieramento di molte seconde linee non ha aiutato, allo stesso modo sarà utile rimandare ogni discorso definitivo ai giorni in cui Eto'o e Pandev saranno in condizioni migliori. Qualcosina di buono hanno combinato Obinna e Obi, ma per avere riscontri positivi si è dovuto attendere la ripresa. Coutinho non ha mostrato feeling con il gioco sugli esterni, in compenso ha unito tecnica e potenza nell'unica occasione in cui ha potuto fulminare il portiere. Il primo assist della sua esperienza a Milano glielo ha servito Maicon, capace poi di lanciare a rete anche Milito, senza che l'argentino riuscisse a impattare sul 3-3. La sconfitta è indolore, per carità, ma c'è la netta impressione che il futuro dell'Inter passi ancora dal 4-2-3-1 e da quei titolari che hanno "affollato" il rettangolo di gioco nel finale. Le giovani seconde linee hanno tutte le qualità per crescere, con un po' di tempo e senza affanni. Per ora meglio affidarsi a chi ha alzato al cielo l'ultima Champions'.
domenica 1 agosto 2010
Beninho, anzi benissimo...

Il primo segno di discontinuità con il passato è di tipo disciplinare: per una volta a finire in dieci sono stati gli avversari. Scherzi a parte (davvero del comico ha l'espulsione dell'ex Vieira) a far sorridere Rafa Benitez sono invece i punti in comune con l'annata appena trascorsa. Lo spagnolo raccoglie consensi perché non stravolge il 4-2-3-1 che tante gioie ha prodotto, lasciando al solito Cambiasso le chiavi del centrocampo. La cassaforte centrale regge, per meriti del Cuchu e dello scudiero Mariga, che mostra segni di crescita costante anche durante il periodo di parità numerica. Dietro di loro, la certezza di avere seconde linee di lusso sia tra i pali (Castellazzi risponde presente sull'unico tiro in porta dei Citizens) che nella cerniera difensiva Cordoba-Materazzi. In ottima forma Zanetti, già rodato nel fisico al primo agosto, attento Chivu in difesa. E se dietro le indicazioni sono molto positive, altrettanto si può dedurre dalla prova degli avanti. I Nigeria-boys, per motivi differenti, escono entrambi confortati nel morale dal primo test della stagione. Obi torna titolare un anno dopo l'amichevole con il Chelsea, abbandonando la figura del ragazzo timoroso messa in mostra con i Blues e regalando buoni spunti, pur senza strafare. Meglio ancora Obinna, che fa felici gli operatori di mercato in Corso Vittorio Emanuele, impegnati da settimane a trovargli una collocazione in prestito o a titolo definitivo. Bravo anche Pandev, reduce da un campionato speso a sbucciarsi le ginocchia in copertura, ma capace di rendersi pericoloso anche in posizione centrale, gratificato dalla verve di Philippe Coutinho nell'ultimo passaggio. Proprio lui, il piccolo brasiliano, era il più atteso di tutti e non ha tradito le attese. Il riccioluto talento strappato al Vasco da Gama in tenerissima età ha personalità da vendere per un diciottenne e tratta il pallone con irrisoria facilità. Prende i primi calcioni alle caviglie, ne subirà sempre di più e sembra già aver capito quando può puntare l'avversario e quando invece è meglio scambiare con un compagno. Rinnovati complimenti alla coppia Ausilio-Branca, nella speranza che lo sbarbatello non si "quaresmizzi" con l'andar dell'età. Applausi scroscianti anche per Cristiano Biraghi, altro giovanissimo, a cui spetta l'onore di chiudere i giochi con il 3-0 mediante sassata all'incrocio. Stankovic e Materazzi lo maltrattano un po' nell'esultanza, ma sono scossoni che fanno piacere e qualche pacca sulla spalla a fine gara la prende anche Natalino, sicuro a destra contro il rapido Johnson. Si sorride, insomma. Per essere agosto, va già fin troppo bene.
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