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mercoledì 3 novembre 2010

Riflettiamo


Mettiamola così: con tutte le premesse del caso, essere ancora lassù è un mezzo miracolo. I fatti dicono questo, che la tanto vituperata Inter è seconda in campionato (prima tra le squadre con il tricolore nel mirino) e in testa al girone di Champions' a pari punti con il Tottenham, avanti per gli scontri diretti. Tra infortuni, un nuovo allenatore e una fase post-Mondiale che ha dilaniato più di un elemento cardine, tutto sommato poteva andare peggio. Non ieri, perché sotto questo livello non si poteva andare, soprattutto guardando all'ambito tattico. Con un Maicon in queste condizioni, lasciare a Bale la possibilità di giocarsela in uno contro uno per 90' è un suicidio che non ci si attendeva da uno stratega come Benitez. Allo scoccare del mese di novembre, si ha sempre più la sensazione che i nerazzurri giochino un buon calcio quando possono gestire il possesso, ma fanno una fatica terribile ad affrontare le difficoltà. Proprio questo era stato tra i punti di forza dei campioni d'Europa, lo scorso anno, quando anche fronteggiare un'armata blaugrana piena di funamboli non aveva scalfito le certezze granitiche del gruppo. C'è da chiedersi perché i vari Menez, Krasic, Bale (ottimi giocatori, il gallese un fuoriclasse assoluto) abbiano sempre trovato terreno fertile per le proprie scorribande, mentre Messi è stato ridotto alla quasi impotenza. Fermare un giocatore come l'esterno del Tottenham è un compito per molti, per tutta la squadra, non solo per il marcatore che gli sta di fronte. E' così che si fermano i migliori interpreti a disposizione del tecnico avversario, peraltro dotato di un mazzo di carte in cui dal centrocampo in su spiccano assi, ma che in retroguardia presenta punti di scarso valore (Hutton e Kabul, ma anche il veterano Gallas).
Altro aspetto della vicenda, qui l'allenatore c'entra poco, è la parte riguardante l'inserimento dei giovani. Ha ragione, Benitez, quando parla di una crescita graduale alla base dello sviluppo di un calciatore affermato. Benché di ottima prospettiva, alcuni talenti di stanza ad Appiano non sono ancora pronti per questa ribalta e lo hanno dimostrato soprattutto sul piano della personalità. Un nome su tutti, Biabiany, che in una gara come quella di White Hart Lane, con ampi spazi per colpire in contropiede, avrebbe dovuto puntare Assou-Ekotto con molta più costanza, invece di accentrarsi o di cercare sempre la sponda. Per non parlare del lavoro di copertura, totalmente assente, da parte sua e purtroppo anche di Zanetti. Avere un terminale offensivo degno di questo nome avrebbe creato qualche grattacapo in copertura a Bale e ridotto la sua capacità di giostrare in avanti. Anche Coutinho ha avuto i suoi grattacapi, dovuti al fisico mingherlino, ma il suo avvio di stagione è stato più positivo rispetto a quello del francese. Lo stesso Nwankwo, lanciato in mezzo alla bufera, non ha sfigurato, se non quando lo ha puntato il fuoriclasse gallese. Tornare sul mercato a gennaio diventerà sempre più un obbligo evidente, nella speranza di non dover rimpiangere l'immobilità estiva già nel prossimo mese, con un derby fondamentale, due partite di Champions' e il Mondiale per club ancora da disputare. E tanti, troppi, infortuni per essere ancora all'inizio.

sabato 28 agosto 2010

Una Coppa poco Super...


Di "coppa", all'Inter, è rimasta quella in stile partenopeo del nuovo allenatore. Quella pancetta in vista, da personaggio pacioso e un po' fuori dall'iconografia dello sportivo modello. D'altronde Rafa Benitez il calcio deve insegnarlo, non praticarlo, anche se in questo mese e mezzo di lavoro ad Appiano Gentile di frutti non se ne sono visti molti. Calma, predica il saggio, che di tempo ce n'è bisogno per plasmare la propria creatura e non c'è peggiore eredità da raccogliere di quella che ha preso in mano lo spagnolo. E allora prendetele così, le considerazioni che andrete a leggere, come pensieri da circoscrivere alle due serate in cui i nerazzurri si sono giocati qualcosa. Diversi gli esiti, analoghe le sensazioni. Non illuda la vittoria contro la Roma, suicidatasi sportivamente dopo aver trovato un giusto vantaggio. Anche al Meazza, per un'ora, di gioco se n'era visto pochino e di gambe che non giravano se n'erano ammirate parecchie, anche tra i giocatori. A Monaco, invece, la fame e la condizione superiore degli avversari di turno hanno portato ad una sconfitta dolorosa (lo è sempre con un trofeo in palio) e netta oltre il 2-0 finale. Semplicemente, allo stato attuale, la squadra non può permettersi di giocare con la difesa alta e sulla carta non è adatta per farlo nemmeno al top della condizione generale. Lucio e Samuel sono centrali che vivono sull'anticipo, non sul recupero. Cambiasso e Zanetti non sono maestri del fraseggio, quali Xavi e Iniesta, bensì attori principali di un calcio tutto grinta e intelligenza tattica, improntato a sfiancare l'avversario attendendo un suo minimo errore. E allora perché, con queste basi analitiche, l'Inter deve farsi infinocchiare con le armi che più le sono congeniali, l'attesa e il contropiede? Perché questo ha cercato di modificare Benitez e per una rivoluzione del genere ci vuole tempo. Sempre che la squadra si senta realmente in grado di mutare completamente volto e non ci sono certezze granitiche attorno a questa possibilità.

martedì 10 agosto 2010

Le stelle che non cadono

Destra, poi sinistra, poi centro, poi davanti, poi indietro. Via così, per quindici anni vestito dei medesimi colori, su trentasette di vita appena trascorsi. Talleres, Banfield, quindi solo ed esclusivamente Inter e l'amata Argentina, che troppo in fretta lo ha ripudiato in vista del Mondiale in Sudafrica. Javier Zanetti si è concesso ben poco tempo libero al di fuori dell'avventura calcistica e quel breve lasso lo ha dedicato a Paula, la compagna di sempre, e alle figlie nate in questi anni. Quando proprio ha avuto qualche minuto in eccesso ha deciso di giocare col cane, componente della famiglia quasi paritario agli altri inquilini. Mai un comportamento sopra le righe (tranne quella volta con Hodgson...), mai un allenamento saltato per indisciplina. E' entrato con le scarpe in mano alla Pinetina, nell'indifferenza generale dei tifosi, tre lustri più tardi abbassa il finestrino e viene assalito dai "fedeli", che di fedeltà l'argentino con il 4 sulle spalle ne sa qualcosa. Una sua parola, adesso, pesa eccome, tanto che il miglior terzino destro al mondo gli passa a fianco al ritorno della squadra alla Malpensa esprimendo un "grazie capitano" che è poi l'unica frase pronunciata da Maicon al passaggio davanti alle telecamere.

Lui, il brasiliano burlone, quello che già in amichevole brilla al di sopra di tutte le altre stelle, rimarrà a Milano per fregiarsi del titolo di campione d'Europa. Se il nostro presidente ha una parola sola, nemmeno trenta milioni lo priveranno dall'abbraccio dei suoi attuali tifosi. E' il miglior acquisto che si potesse realizzare.

mercoledì 4 agosto 2010

Pana per i nostri denti


Forse le insidie sono andate oltre le previsioni, nell'italianissima Toronto, terra popolata da un folto numero di connazionali e dai due fenomeni del basket Belinelli e Bargnani. Il primo segnale lo ha colto Mario Balotelli, appiedato negli States dopo aver lasciato il passaporto nel bagaglio della stiva. Poco male, per lui sono le ultime ore in nerazzurro e si è pure perso la prima sconfitta stagionale. Avrebbe potuto poco, inoltre, visto che le lacune maggiori sono state evidenziate in difesa e non in attacco, dove l'Inter i suoi due gol li ha pure realizzati. Ne ha però subito uno in più, causa un avvio un po' troppo sonnolento nella zona centrale della retroguardia. Grave soprattutto la mancanza sulla prima marcatura, dato che il centravanti francese ha potuto ribattere a rete senza problemi in seguito ad un miracolo di Orlandoni. Molto meno "metafisico" si è mostrato il buon Paolo sulla seconda conclusione dell'avversario, potente ma centrale, dopo che Cambiasso aveva regalato uno dei dieci-quindici palloni sbagliati della sua stagione, molti dei quali solitamente ascrivibili al precampionato. Del Cuchu, i tifosi hanno potuto apprezzare la nuova veste, più offensiva per volere di Benitez. Le due conclusioni a rete dell'argentino non hanno avuto fortuna, ma è piaciuta l'intesa con Eto'o nell'uno-due e almeno per ora il centrocampista non sembra aver perso il tempo dell'inserimento, lasciato spesso da parte in epoca mourinhiana per dedicarsi ai compiti difensivi. Bene Mariga e Obiorah, che assieme a Motta e Stankovic ruoteranno in mediana alle spalle dei giocatori più offensivi. Meno l'acquisizione generale dei movimenti nel nuovo modulo, il 4-4-2 che il tecnico ha voluto provare contro i greci. La girandola di cambi e lo schieramento di molte seconde linee non ha aiutato, allo stesso modo sarà utile rimandare ogni discorso definitivo ai giorni in cui Eto'o e Pandev saranno in condizioni migliori. Qualcosina di buono hanno combinato Obinna e Obi, ma per avere riscontri positivi si è dovuto attendere la ripresa. Coutinho non ha mostrato feeling con il gioco sugli esterni, in compenso ha unito tecnica e potenza nell'unica occasione in cui ha potuto fulminare il portiere. Il primo assist della sua esperienza a Milano glielo ha servito Maicon, capace poi di lanciare a rete anche Milito, senza che l'argentino riuscisse a impattare sul 3-3. La sconfitta è indolore, per carità, ma c'è la netta impressione che il futuro dell'Inter passi ancora dal 4-2-3-1 e da quei titolari che hanno "affollato" il rettangolo di gioco nel finale. Le giovani seconde linee hanno tutte le qualità per crescere, con un po' di tempo e senza affanni. Per ora meglio affidarsi a chi ha alzato al cielo l'ultima Champions'.

domenica 1 agosto 2010

Beninho, anzi benissimo...


Il primo segno di discontinuità con il passato è di tipo disciplinare: per una volta a finire in dieci sono stati gli avversari. Scherzi a parte (davvero del comico ha l'espulsione dell'ex Vieira) a far sorridere Rafa Benitez sono invece i punti in comune con l'annata appena trascorsa. Lo spagnolo raccoglie consensi perché non stravolge il 4-2-3-1 che tante gioie ha prodotto, lasciando al solito Cambiasso le chiavi del centrocampo. La cassaforte centrale regge, per meriti del Cuchu e dello scudiero Mariga, che mostra segni di crescita costante anche durante il periodo di parità numerica. Dietro di loro, la certezza di avere seconde linee di lusso sia tra i pali (Castellazzi risponde presente sull'unico tiro in porta dei Citizens) che nella cerniera difensiva Cordoba-Materazzi. In ottima forma Zanetti, già rodato nel fisico al primo agosto, attento Chivu in difesa. E se dietro le indicazioni sono molto positive, altrettanto si può dedurre dalla prova degli avanti. I Nigeria-boys, per motivi differenti, escono entrambi confortati nel morale dal primo test della stagione. Obi torna titolare un anno dopo l'amichevole con il Chelsea, abbandonando la figura del ragazzo timoroso messa in mostra con i Blues e regalando buoni spunti, pur senza strafare. Meglio ancora Obinna, che fa felici gli operatori di mercato in Corso Vittorio Emanuele, impegnati da settimane a trovargli una collocazione in prestito o a titolo definitivo. Bravo anche Pandev, reduce da un campionato speso a sbucciarsi le ginocchia in copertura, ma capace di rendersi pericoloso anche in posizione centrale, gratificato dalla verve di Philippe Coutinho nell'ultimo passaggio. Proprio lui, il piccolo brasiliano, era il più atteso di tutti e non ha tradito le attese. Il riccioluto talento strappato al Vasco da Gama in tenerissima età ha personalità da vendere per un diciottenne e tratta il pallone con irrisoria facilità. Prende i primi calcioni alle caviglie, ne subirà sempre di più e sembra già aver capito quando può puntare l'avversario e quando invece è meglio scambiare con un compagno. Rinnovati complimenti alla coppia Ausilio-Branca, nella speranza che lo sbarbatello non si "quaresmizzi" con l'andar dell'età. Applausi scroscianti anche per Cristiano Biraghi, altro giovanissimo, a cui spetta l'onore di chiudere i giochi con il 3-0 mediante sassata all'incrocio. Stankovic e Materazzi lo maltrattano un po' nell'esultanza, ma sono scossoni che fanno piacere e qualche pacca sulla spalla a fine gara la prende anche Natalino, sicuro a destra contro il rapido Johnson. Si sorride, insomma. Per essere agosto, va già fin troppo bene.

domenica 25 luglio 2010

Crocevia a stelle e strisce


E' già successo, un anno fa. Partenza verso gli Stati Uniti e drappolo di cronisti a Malpensa, attorno all'uomo che più degli altri era destinato a partire. Allora trattavasi di Zlatan Ibrahimovic, corteggiato dal Barcellona e con una voglia matta di ricambiare le attenzioni di Pep Guardiola. E' andata come è andata, per lui e per noi: quattro sfide al passato nella stagione dopo l'addio (in realtà tre, perché il ritorno del girone eliminatorio al Camp Nou lo svedese non lo gioca) e un tris di trofei nella bacheca a Milano contro la "sola" Liga conquistata dai catalani.

Chissà che non vada allo stesso modo, a quel Mario Balotelli di sicuro avvenire, ma che meno certezze di Ibra ha offerto negli anni nerazzurri, per la giovane età e per il carattere malandrino. Irrifiutabili erano quei 50 milioni messi sul piatto da Joan Laporta, con l'aggiunta di Eto'o, e poco diverso è il discorso per SuperMario. Il fair play finanziario è un anno più vicino e a Palma di Maiorca se ne sono accorti, tanto da ritrovarsi fuori dall'Europa League per motivi economici. Bisognerà ritoccare sensibilmente il monte ingaggi al ribasso, puntando ancor di più sulle possibili stelle in uscita dal vivaio. I vari Obiorah, Crisetig, i nuovi innesti Faraoni e Benedetti e quel Ranocchia dalla giovane carta d'identità sono gli assi del futuro senza più spese pazze. Sperando che con Benitez, così come nell'era dello "Speciale" per eccellenza, le casse gioiscano per i remunerativi trionfi europei.

giovedì 24 giugno 2010

D'Italia, di Lippi e di altre sciocchezze

Per fortuna di Marcello Lippi, gli eroi esistono in doppia natura. C'è chi merita la nomea e chi fa è semplicemente nato con la camicia. L'uscente ct fa parte della seconda schiera e potrà dunque vantarsi di aver conquistato un titolo mondiale nell'ambito di una spedizione partita con i peggiori auspici (Do you remember Calciopoli?), grazie a diversi e fortunati fattori che si sono verificati nello stesso mese: sorteggio estremamente benevolo (prima della Germania non un incontro con lo sfavore del pronostico), giocatori nel pacchetto arretrato all'apice della forma e una Francia un po' troppo convinta di poterci massacrare a piacimento, come poi è effettivamente accaduto dall'inizio del secondo tempo in avanti.

La sorte, però, due Mondiali di fila non te li fa vincere e tutto sommato nel 2006 le convocazioni erano dettate dal buon senso. Non che nel 2010 non lo siano state, solo che stavolta Lippi ha privilegiato un po' troppo il concetto di gruppo a scapito del talento puro, intestardendosi nell'escludere un giocatore che certe fesserie le ha accantonate tempo fa (Cassano), a prescindere da quel che si può pensare di Balotelli e della sua stagione appena conclusa. Che la qualità non fosse un paletto imprescindibile per il ct lo si intuisce dalla presenza costante di Pepe (non ce ne voglia, è un bravo ragazzo ma l'ala vecchio stampo ha caratteristiche agli antipodi) nelle tre formazioni titolari con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia.

Piccola postilla sull'abbraccio serale tra Samuel Eto'o e Wesley Sneijder. Da oggi un po' di Camerun tifa per l'Olanda. E anche un pizzico d'Italia.

martedì 22 giugno 2010

L'intervista all'interista

Vi lascio il video di un servizio realizzato ad opera della collega Erica Sirgiovanni, relativo al libro appena pubblicato.

Grazie a lei e anche un po' a voi che ne usufruirete...

Buon mesiversario, miei co-campioni...

Esattamente un mese fa, a quest'ora, ero appena arrivato a Madrid. Dal mercoledì precedente avevo in dotazione una camera all'Hostal Ds, nella ridente cittadina di Velilla de San Antonio, pochi chilometri dalla capitale. Nel carnet della trasferta spagnola c'erano già ricordi legati ai giorni precedenti, come la conferenza stampa al Santiago Bernabeu o gli svariati chilometri di cammino per recuperare il giubbino dimenticato in un pub. Nel giorno della finale, invece, allo stadio ci sono arrivato "scroccando" un passaggio al sindaco di Velilla, impresa del quale è stato partecipe anche un collega.

Ricordo le strade già bastantemente ricoperte di nerazzurro e biancorosso, pacificamente mischiati tra loro fino all'arrivo della Guardia Civil. Peccato, perché vedere italiani e tedeschi che cantano "Lothar Matthaus, la la la la" dovrebbe essere possibile anche dopo le cinque del pomeriggio e non solo fino all'approssimarsi della partita. Parentesi a parte, le due fan zone si sono poi riempite al punto da far soffocare la zona antistante lo stadio. In mezzo ai fiumi di birra, inalati a mo' di imbuto da entrambe le tifoserie, un viavai di giornalisti in cerca di un po' di "colore" e una soffiata da parte di un cronista portoghese ("Mourinho ha già firmato un quadriennale da dieci milioni a stagione"), poi rivelatasi vera.

Quindi l'ingresso, preceduto dall'incontro con un paio di amici reduci dalla calca di via Massaua. Tensione, tanta. Sguardi di poche parole con i colleghi di uguale fede. Cori. La fortissima sensazione che i tedeschi vinceranno a mani basse la gara dei decibel (anche questa impressione troverà conferma, ma solo fino al primo gol di Milito). Mi viene da pensare che se tremano le gambe a me, che sono in tribuna, per essere sul terreno di gioco servono attributi dalla forma cubica.

Per fortuna c'è un argentino che ne ha da vendere, magari anche troppe viste le dichiarazioni post-partita. C'è un altro figlio della Celeste in lacrime, a fine partita, ce n'è anche uno con la maglia di Facchetti e un lieve problema tricologico.
E poi ci sono io, quasi in lacrime, che per una decisione folle dell'organizzazione non riesco a vedere il capitano che alza la Coppa, se non dagli schermi della tribuna stampa.

Alle due, con le interviste ultimate e la conferma della fuga decisa dal comandante in capo, posso finalmente festeggiare anch'io, assieme all'unica amica nerazzurra che non ha già preso un charter o una macchina per tornare alla vita di sempre. Per una notte la realtà ci ha lasciato da soli. Quanto è stato bello sognare ad occhi aperti.

sabato 19 giugno 2010

Salvate il soldato Maicon

E vabbè ragazzi, rassegniamoci: qualcuno dovrà partire. Non saranno solo "partenze intelligenti" (ciao ciao Trivela), sfortunatamente il bilancio necessita di uscite corpose, da fazzoletto bianco sventolato mentre il treno fugge, con a bordo un Maicon, un Milito o un Eto'o.

Aggiungere gli ultimi due nomi è semplicemente una formalità. Tanto per non dare per scontato ciò che purtroppo è molto vicino ad esserlo, vedi la partenza dell'esterno brasiliano. Le ragioni del mercato (è quello per cui c'è l'offerta più "vera", dato che per i due attaccanti non sono giunte richieste tangibili) dovrebbero avere la meglio, magari sul lungo termine. Il neo dirigente di stanza ad Appiano, Amedeo Carboni, ha sottolineato la bontà della trattativa, data dalla soglia trentennale raggiunta dal giocatore e dal forte introito economico.
Ci sarebbero anche delle questioni tecniche ed è da queste che parto per dichiararmi contrario all'operazione. Lo sguardo va gettato oltre il mero ritorno finanziario, cercando di vagliare ogni possibilità. Chi prenderà in mano un'eredità tanto pesante? Aguirregaray? Non scherziamo. Caceres? Ottimo elemento, ma non scherziamo di nuovo. Dani Alves? Come direbbero negli Usa, "don't believe the hipe", perché da Barcellona non si muove. La verità è che, sic stantibus rebus, un sostituto all'altezza non c'è.

Che fare allora? Una soluzione ci sarebbe, per quanto non meno dolorosa. Se davvero il nocciolo della questione è da ricondurre ai sostituti, per Eto'o e Milito il discorso è ben diverso da quello riguardante Maicon. Dovesse andar via uno dei due, l'altro ne prenderebbe il posto, riportando il camerunese al centro dell'attacco oppure sostituendo l'attaccante africano con Balotelli, nel caso in cui dovesse toccare a lui lasciare Milano. Da questo punto in poi, gli interrogativi aumentano. Chi è in grado di accollarsi dieci milioni di euro annui per Eto'o? Non tantissime squadre. Al contrario più di qualcuno, soprattutto a Madrid, ne spenderebbe cinque a stagione per Milito.

Sì, lo sto dicendo per davvero. Io, tra i nomi in ballo, venderei il "Principe". Gli voglio bene, ma è la soluzione che mi sembra più logica.

giovedì 17 giugno 2010

Bienvenido Rafa!



Un lustro è finito. Il lustro dell'Inter, in Italia ed ora anche in Europa, concluso con una tripla affermazione consegnata alla storia del calcio. Nel nostro Belpaese nessuno era riuscito ad alzare tre trofei in meno di un mese, destino vuole che a farlo sia stato Javier Zanetti, argentino coriaceo, capitano e fulgido esempio di attaccamento alla maglia. Uno degli ultimi, in questa sempre più ristretta élite di fedelissimi alla bandiera. Zanetti è l'erede naturale di Giacinto Facchetti, l'Inter da lui guidata è la traslazione più autentica della Grande Inter, quella marcata anni '60, nella quale il "Cipe" non era ancora l'uomo con la fascia al braccio, sebbene fosse già un simbolo. A celebrare quei successi da comandante in capo fu Armando Picchi, con la benedizione di Angelo Moratti e di Helenio Herrera, l'uomo che da difensore di fascia lo aveva trasformato nel più straordinario libero della storia nerazzurra.

La parentesi si è chiusa e a suggellare l'avvenuta fine ci ha pensato Josè Mourinho, lo "Special One" volato ad ovest per inseguire le sirene madrilene. Indirettamente, la capitale iberica ci ha restituito quanto prelevato, inviando un tecnico nativo della stessa Madrid come successore del portoghese. Rafa Benitez, il meno spagnolo dei tecnici, tanta concretezza e pochi fronzoli, un uomo dai modi garbati e dall'ironia più silenziosa rispetto al predecessore. Meno polemico, al punto da prospettare nella conferenza di presentazione un biennio con pochi "tituli" giornalistici. Quelli importanti, di "tituli" appunto, sarà meglio preservarli per la bacheca.